Dopo l'adattamento del bestseller "
La solitudine dei numeri primi", sorta di parentesi commerciale in una carriera segnata da scelte non compromissorie, per il suo quarto film Saverio Costanzo ripristina il rigore che avevamo riscontrato in corrispondenza dei suoi primi passi e firma, in trasferta Usa (ma la produzione è interamente italiana), un tesissimo dramma familiare, aperto tuttavia da una sequenza comica.
È un maleodorante bagno pubblico di un ristorante cinese, dove rimangono incastrati, il luogo in cui nasce la storia d'amore tra l'immigrata italiana Mina (Alba Rohrwacher) e l'ingegnere statunitense Jude (Adam Driver). Se i toni, nel prosieguo della pellicola, vireranno irreversibilmente, la chiusura fisica dell'ambiente in cui la vicenda prende il via si tramuta presto, come vedremo, in un opprimente senso di claustrofobia.
La passione travolgente conduce la coppia a una gravidanza non voluta, a un matrimonio frettoloso, e all'abbandono del lavoro in ambasciata per Mina, che presto avverte le prime avvisaglie di un'ossessione inedita, o quanto meno sconosciuta al novello sposino e al pubblico. La ragazza, allarmata da un ricorrente incubo premonitore, comincia infatti a respingere le cure mediche e, quando l'infante viene alla luce, fatica a staccarsene e pretende l'esclusiva, senza sentir ragioni, sui metodi con cui nutrirlo, su come avvicinarsi a lui, su quando portarlo all'aria aperta. La dieta rigorosamente vegana a cui lo sottopone gli preclude pericolosamente la crescita, finché il padre non decide di affrontare la situazione, prima con le buone, poi con altri mezzi più o meno legali.
Le tante sfaccettature della personalità di quest'ultimo - primo merito ascrivibile al film - restituiscono una persona in perenne ricerca del bene del bambino ma anche della moglie, un padre estremamente ragionevole al cospetto di una situazione complicatissima, un giovane uomo permeabile a una vasta gamma di emozioni, capace di divertirsi e commuoversi, adirarsi e riflettere, agire in maniera diplomatica o irosa (ma mai impulsiva). Se la caratterizzazione di Mina non è altrettanto articolata, se il personaggio non esce dalla compulsione delle sue manie e dal morboso amore cieco per il neonato (che è più un oggetto del contendere che un soggetto titolare di diritti: notare come non venga chiamato per nome), limiti differenti connotano il terzo incomodo che interviene ad arbitrare la controversia: la madre di Jude, che al matrimonio rivela di essere in cattivi rapporti col figlio e di simpatizzare per Mina. Di fronte al pericolo attraversato dal nipotino, la donna inverte la rotta, e porta infine la sua scelta di campo alle estreme conseguenze. Ma i suoi mutamenti risultano, indubbiamente, un po' schematici.
Quello di Costanzo è senz'altro un punto di vista maschile, pure tacciabile di maschilismo: sanno di stereotipo le contrapposizioni tra la razionalità di Jude e l'irrazionalità di Mina, che non si fida dei medici ma prende sul serio i tarocchi, che non esita a convocare le autorità anziché ricercare un compromesso. È tuttavia mirabile la tessitura delle relazioni tra i personaggi, il trasferire le ossessioni da uno all'altro, il restituire il clima angoscioso con immagini anamorfiche e ubriacanti movimenti di macchina.
Ciò che manca a "Hungry Hearts", opera al di sopra delle aspettative che è anche un sofferto campanello d'allarme contro i rischi del fanatismo alimentare, è un colpo di coda decisivo. Ai due terzi la pellicola sembra giunta a un punto morto, e non convincono né la fuga di Mina al mare col bambino, né la soluzione della diatriba, entrambe da bignami di sceneggiatura. L'insistere sul medesimo registro alla lunga fa rischiare il comico involontario, mentre l'incapacità di trovare un finale convincente preclude al regista la possibilità di autografare il suo primo capolavoro.
25/08/2014