Noah Baumbach, talentuoso regista de "Il calamaro e la balena" e "
Il matrimonio di mia sorella", si è sempre segnalato per il rigore e la qualità con cui seleziona i brani che compongono le colonne sonore dei suoi film, imponendo un vero e proprio "
Baumbach style", forse meno popolare rispetto a quello di un Wes Anderson (suo amico e collaboratore) o un Tarantino, ma egualmente interessante. La colonna sonora della sua ultima fatica, "Greenberg" (in Italia non ha ancora data di uscita), incentrata sulle vicende sentimentali di un nevrotico newyorkese trapiantato a Los Angeles (Ben Stiller), non fa eccezione.
Le musiche originali sono affidate nientemeno che a James Murphy,
deus ex machina della macchina dance Lcd Soundsystem, ma a conti fatti non è una scelta così bizzarra. Già nei suoi precedenti lavori Murphy aveva dato prova di una vena intimista e wave (vedi per esempio la stupenda "Someone Great" in "
Sound of Silver"), ma qui Baumbach gli da campo libero, e il risultato è il lavoro più maturo e complesso dell'autore di "Daft Punk Is Playing At My House". I fan della prima ora degli Lcd Soundsystem saranno però delusi: le tracce che compongono la soundtrack di "Greenberg", perlopiù strumentali, sono ben lontane dalle atmosfere danzerecce ed energiche a cui sono affezionati, e puntano su un
mood malinconico, pensoso, talvolta sexy. E' il caso di "People", gelido e suadente soul digitale dalle parti degli
Gnarls Barkley, o di "Photographs" (sorta di tema principale della colonna sonora, è riproposto pure in una versione al solo pianoforte), sommesso pop memore dei
Kinks, o di "Oh You (Christmas Blues)" (firmato Lcd Soundsystem), schizzato e depresso blues metropolitano.
In mezzo Baumbach infila pure un eclettico set di canzoni che pesca dalle atmosfere decadenti dei primi
Duran Duran ("The Chaffeur"), il proto garage dei Sonics ("Shot Down"), il pop di Albert Hammond Senior ("It Never Rains In Southern California"), il rock
seventies della Steve Miller Band ("Jet Airliner") e soprattutto l'immensa "Strange" dei
Galaxie 500 (scelta quasi ovvia viste le precedenti e fortunate collaborazioni tra il regista e Dean Wareham).