Anton Corbijn prende spunto da un romanzo di Martin Booth, "A Very Private Gentleman" del 1990, per confezionare il suo terzo lungometraggio. Storia di redenzione e sesso con un George Clooney in veste di produttore della pellicola, nonché padrone incontrastato in ogni inquadratura.
Lungo campo. Primo piano su Jack/Clooney, l'interno di una baita di montagna, il silenzio e il caminetto ardente che riscalda il corpo nudo di una donna. Poi il colpo di scena e i titoli di testa.
Partenza eccentrica insomma e premesse che sembrano potenzialmente impennarsi. Invece bisogna ricredersi perché i minuti passano e tutto comincia a scricchiolare pericolosamente. La narrazione non evolve ma collassa presto in una serie di
topoi di genere evitabili e ridondanti. La storia rimane in superficie, non cerca mai di creare una situazione prospettica per la quale il film dovrebbe continuare un suo naturale sviluppo; si limita invece a descrivere ciò che vediamo, sequenze apparentemente frastagliate e dissezionate tra loro. L'amore di Jack per la prostituta Clara (una mediocre Violante Placido inquadrata più nuda che vestita) mai studiato a fondo, così come la conoscenza dello stesso protagonista con un prete dall'ambiguo diletto per il peccato.
Oltre alla pecca di un film che resta costantemente a galla per l'intera durata, una serie di italianismi niente male e alquanto ridicoli (il caffè espresso rigorosamente napoletano, Sergio Leone in tv e Carosone in radio che canta "Tu Vuò Fà l'Americano") e un paio di incongruenze mica da niente come il doppiaggio di Clooney per nulla caratterizzato dall'idioma americano (con gli altri personaggi della pellicola che paradossalmente si accorgono della sua esoticità appena il protagonista apre bocca). Da ultimo, il gotico paesino di Castel del Monte che somiglia tanto al lontano far west di Leone che Jack osserva dalla tv per la sua spiccata anarchia totale. Nessuno sembra accorgersi di niente mentre il nostro intraprende chiassose scorribande tra i vicoli del paese eludendo i suoi avversari uno ad uno.
Se la narrazione non ne vuole sapere di spiegare le proprie vele, la discreta fotografia di Martin Ruhe riesce almeno ad agire come ottima alternativa al nucleo centrale del film. La staticità dell'inquadratura in alcune sequenze diventa essenziale per creare atmosfere (il rosso acceso nelle scene di sesso) e dettagli sorprendenti (Mathilde, la collega d'affari interpretata da Thekla Reuten, che cambia la tinta dei capelli in tre momenti differenti, prima castana, poi bionda e infine rossa).
Come si dice, tutti i nodi portano al pettine perché Corbijn ha lavorato per più di vent'anni come fotografo.
Il finale, seppur fragoroso e artefatto, ha il merito di crescere di intensità, mixando melò e noir, ulteriore prova che rimarca la natura ambiziosa del progetto portato avanti dal duo Corbijn-Clooney. Siamo troppo distanti per cercare un punto in comune con gli altri due lungometraggi del regista, il fortunato esordio sulla vita di
Ian Curtis, "
Control", o il progetto video musicale sugli
U2, "Linear". L'impressione è che il vero artefice di tutto sia piuttosto Clooney: protagonista e produttore votato alla generosità più sfrontata nello scegliere il luogo delle riprese, quasi un atto dovuto ai territori colpiti dal terremoto abruzzese.
Semplicemente, "The American", sembra colpire più per l'impatto del noto attore e per la scelta della
location made in Italy che non per tutto il resto.
09/09/2010