Ondacinema

Trasmessa dal canale israeliano Yes Oh sin dal 2015 e poi approdata su Netflix a partire dall’anno successivo, "Fauda" è una serie d’azione e spionaggio che ci porta nel vivo della polveriera mediorientale che da Israele arriva alla Siria e finanche in Iran, passando ovviamente per territori spinosi come Palestina, Cisgiordania e Libano

Basterebbe il fatto che si tratti di una serie locale, piuttosto che dell'ennesima interpretazione occidentale dei conflitti della zona, a far meritare a "Fauda" una visione, eppure si tratta di un prodotto televisivo che non teme il confronto con i competitor europei o americani. Del resto non va dimenticato che negli ultimi anni la televisione Israeliana non soltanto ha prodotto un capolavoro come "Shtisel", anch'esso mandato in onda su Yes Oh e poi diffusi a livello internazionale da Netflix, ma ha anche ispirato, rispettivamente con "Hatufim" e "Be Tipul", due adattamenti americani della stazza di "Homeland" e "In Treatment". Parliamo dunque di una scena seriale viva e ispirata che si confronta con più ambiti e si destreggia bene in ciascuno di essi. Per quanto si tratti di un prodotto televisivo piuttosto lineare, "Fauda" è ad esempio una serie più stratificata di quanto dia a vedere, che in superfice si dirama in una fitta rete di intrighi e ci bombarda con scene d'azione dal piglio realista, ma non trascura poi, in nessun momento, l'elemento psicologico o le passioni dei personaggi.

Arrivata ormai a 4 stagioni e 48 episodi, "Fauda" non è stata esattamente ideata e scritta da professionisti del settore televisivo. Questa sua anomalia ne determina alcuni dei maggiori pregi. Dare dunque un'occhiata alle occupazioni precedenti dei due creatori e produttori Avi Issacharoff e Lior Raz può aiutare a comprendere da dove arrivino la feroce efficacia e il rifiuto per i fronzoli della serie. Il primo è un giornalista israeliano esperto di crisi palestinese, mentre il secondo, arruolatosi nell'esercito israeliano alla giovane età di 18 anni, è presto diventato un commando del corpo antiterrorista sotto copertura di élite Sayeret Duvdevan, per il quale poi ha servito per circa 20 anni anche come trainer. Insomma, soprattutto il secondo, non proprio il genere di sceneggiatori occhialuti di borisiana memoria che ci si tende a immaginare.
Lior Raz presta anche il corpo nerboruto e il ghigno disilluso a Doron Kabilio, il protagonista di "Fauda", membro tormentato e un filo anarchico di una squadra del Mista'arvim, corpo delle forze di difesa israeliane continuamente impegnato in missioni sotto copertura lungo la striscia di Gaza e in Cisgiordania al fine di evitare attacchi terroristici. Mista'arvim deriva dall'arabo Musta'arabi, in italiano "coloro che vivono tra gli arabi", l'unità è infatti costituita esclusivamente da ebrei arabizzati e dunque capaci di mimetizzarsi fisiognomicamente e linguisticamente con gli arabi.


Nel caos

Tra lunghi appostamenti in un furgoncino scassato, pericolose scene d'azione girate con le camere a mano incollate alla schiena dei membri del plotone (e così che in gergo militare israeliano vengono chiamate le squadre del Mista'arvim) e con un iconico filtro giallo sabbia, lapidari dibattiti nelle stanze del potere fini a decidere se intraprendere un'azione o meno o a scambiare informazioni come mercanzia, "Fauda" ci porta nel cuore dei conflitti mediorientali. Va da sé che al centro, o perlomeno all'inizio, delle vicende narrate vi sia la questione israelo-palestinese, ma con l'avvicendarsi delle stagioni la serie è capace di mostrare quanto l'assenza di equilibrio politico della zona sia frutto di concause e fitte interconnessioni tra numerose forze e aggregazioni di numerosi paesi della zona. Un enorme polveriera dove un passo sbagliato può causare conseguenze dieto l'angolo quanto a centinaia di chilometri. Del resto in arabo "Fauda" significa proprio questo: caos.

Dopo una prima stagione incentrata sul ruolo di Hamas e ambientata interamente tra Gaza e West Bank, "Fauda" allarga progressivamente la visuale della sua lente realista. Il processo culmina in una quarta stagione che ci porta non soltanto in Siria e in Libano, e quindi a confrontarci con Isis (che fa già capolino nella terza stagione) e Hezbollah, ma anche in Belgio, dove la serie ci mostra come l'integralismo religioso si annidi nei quartieri popolari occupati da immigrati di seconda e terza generazione.

La crescita delle ambizioni di rappresentazione socio-politica della sceneggiatura è proporzionale a quella della complessità delle operazioni messe in scena e quindi dei momenti più puramente action della serie. La squadra composta da Doron, Hertzel (Doron Ben-David), Avichay (Boaz Konforty), Nurit (Rona-Lee Shim'on), Sagi (Idan Amedi), il riflessivo capitano Eli (Yaakov Zada Daniel) e diversi altri membri che si avvicendano nel corso delle stagioni, ci porta con sé in missioni sempre più difficili. Lunghi appostamenti sotto il sole cocente, interrogatori condotti in maniera poco ortodossa e strillati in innumerevoli accenti di arabo o ebraico, false piste, trappole, serpentine tra cunicoli che interconnettono i blocchi delle banlieue belga, coordinamento con unità di cecchini e sale di comando dei droni, sono soltanto una rapida rassegna di quello che ci può aspettare addentrandosi nella visione del serial israeliano.

Potendo contare sull'esperienza diretta dei suoi creatori nel mondo dello spionaggio e delle missioni sotto copertura, "Fauda" è molto realista anche quando si tratta di mostrare il lavoro antecedente le operazioni, il fitto scambio di informazioni tra diversi corpi di intelligence, il lavoro di comprovazione delle informazioni fornite come mercanzia da infiltrati e collaboratori più o meno affidabili. È altrettanto interessante, nonché efficace nel dare allo spettatore un'idea delle tecniche utilizzate dai corpi speciali nelle loro missioni, l'utilizzo costante che "Fauda" fa di visuali dall'alto, come fotografate effettivamente da droni e satelliti, e di scene ambientate nelle sale di controllo delle agenzie, dove gli agenti incollati ai monitor seguono i movimenti della squadra e dei suoi obiettivi.


Senza ragione

Pur israeliana e raccontando dunque la sua storia da una parte della barricata (e infatti non sono mai mancate le critiche, come quelle rivolte da alcuni giornalisti palestinesi secondo i quali un progetto che non coinvolga alcun sceneggiatore dell'"altra parte" non possa essere imparziale), "Fauda" non prende alcuna posizione politica in merito al conflitto israelo-palestinese. Un'osservazione da fare necessariamente quando si parla di "Fauda" riguarda infatti la maniera in cui la serie eviti totalmente di entrare nel merito delle questioni socio-politiche che turbano la polveriera mediorientale. Dove risieda la ragione, ammesso che la guerra possa averne una, a "Fauda" non importa: quelle che osserviamo nel corso delle sue concitate puntate sono dunque le conseguenze dei conflitti e la vita in una zona in cui l'allerta, da una parte e dall'altra del confine, è all'ordine del giorno e ha il suono raggelante delle sirene che annunciano un attacco missilistico nella notte di Tel Aviv. In assenza di una ragione e degli ideali, che sia per una parte che per l'altra vengono omessi dalla narrazione, la follia delle operazioni e degli intrighi messi in campo è ancora più straniante e, pertanto, la sua raffigurazione efficace. Interrogatori condotti con violenza brutale, assalti inconsiderati della sicurezza dei bambini, voltafaccia, tradimenti, infiltrazioni, contro-infiltrazioni, errori di valutazione e inganni sono il pane quotidiano di Hamas, Hezbollah, Mista'arvim e Mossad, forze tra loro opposte ma che agiscono secondo le stesse logiche spietate e feroci.

A partire dalla terza stagione, con il culmine di questo aspetto nella quarta, "Fauda" si sofferma infatti proprio su come siano spesso anche le forze israeliane a giocare sporco, incuranti delle conseguenze dei propri metodi. Arrivando, ad esempio, a spingere a restare coinvolto in Hamas un giovane che mai avrebbe imboccato quella strada di sua sponte, una vicenda sulla quale è incentrata la terza stagione quasi nella sua interezza. Nella quarta, invece, l'intelligence israeliana spreme un'intera famiglia, facendo scontare le colpe di un padre alla sua progenie, costringendola più o meno direttamente a collaborazioni e tradimenti intestini.
Se Doron, con il suo atteggiamento combattuto e fortemente critico verso la sua stessa parte, rappresenta la possibile autocritica delle forze speciali di Israele, Gabi è il suo contraltare. L'ufficiale dello Shin-Bet (un'agenzia degli affari interni israeliani che ha in gestione il flusso di intelligenze tra agenzie), interpretato da Itzik Cohen, è la faccia più dura e priva di compassione delle forze israeliane e prende, in particolar modo nella quarta stagione, le scelte più difficili da condividere. Tuttavia, la squadra di Kabilio non potrà che seguire anche i suoi comandi più controversi o rischiare la vita dei suoi componenti per trarlo in salvo. Proprio come ci si aspetta dai soldati di uno stato che nel 2023 ancora conserva la leva obbligatoria.


L'azione e le sue conseguenze

Come anticipato, uno degli elementi fondamentali di "Fauda" è quello action. Da questo punto di vista è importante fare delle specifiche. Pur molto articolate, specie con l'avanzare delle stagioni, le scene d'azione non sono mai spettacolari. Complesse certamente, ma mai sensazionaliste o caciarone. Fedele a un codice estetico greengrassiano, "Fauda" ci porta davvero nel cuore dell'azione e ci mostra anche fallimenti, colpi sporchi, visuali parziali, errori di calcolo e valutazione. Ci fa sentire l'odore del fango, temere il buio della notte e ci scotta la pelle con l'arsura del sole mediorientale.
Anche quando ci troviamo di fronte a messinscene un filo esagerate e visivamente accattivanti come quella dell'ultima puntata della quarta stagione, nella quale il plotone si maschera da miliziani di Hamas per infiltrarsi al funerale di un terrorista palestinese (è davvero difficile stabilire quanto una situazione del genere sia realistica), grazie a questo approccio la serie riesce a tenere la tensione sempre altissima e il fiato proverbialmente sospeso. Manco a dirlo, si stratta davvero di una delle scene action più coinvolgenti mai viste sul piccolo schermo. Va poi sottolineato che, Doron e Gabi a parte, per la sceneggiatura tutti i personaggi sembrano assolutamente sacrificabili.

Questa sensazione di precarietà è certamente intrinseca alla natura della professione dei protagonisti della serie, ma è sicuramente accentuata dalla poca propensione della serie a una caratterizzazione melodrammatica dei suoi personaggi. In questo modo, dei vari Steve, Avichai, Sagi e tanti altri conosciamo più le doti tecniche sul campo che i tratti del carattere, ad eccezione forse di una maggiore o minore impulsività che potrebbe portarli a compiere una decisione più o meno errata. Una cosa però la sappiamo: le loro vite vanno decisamente a rotoli. "Fauda" dedica poco tempo alla vita privata degli agenti, ma quelle che ci mostra sono le dirette conseguenze della loro professione. La quale comporta enorme assenza dalla famiglia, e poi, in presenza, stress, paura, incapacità di lasciarsi i sensi di colpa fuori la porta di casa e così via. Doron vive come un'eremita ed è a tutti gli effetti un sociopatico, Gabi ha un figlio ma è come se non lo avesse, Steve implorare la moglie di non lasciarlo, ma quello che le piange in faccia è soltanto il fantasma dell'uomo che aveva conosciuto, mentre Sagi e Nurit fanno i conti con un amore scoppiato su di un posto di lavoro un po' troppo particolare.
Nella quarta stagione assistiamo spesso a quelli che sono dei veri e propri crolli emotivi tra le mura domestiche. Insieme all'azione, portata in questa stagione al suo parossismo, vediamo dunque le sue estreme conseguenze, il logorio e la stanchezza che comporta sul corpo esausto e sull'anima in colpa di chi la perpetra.

Tolta qualche ingenuità nella sceneggiatura delle prime due stagioni, quando probabilmente Raz e Issacharoff non erano ancora pienamente a proprio agio con le parti più narrative dello script, nonché ma in minor modo anche nella terza, che gestisce la conversione della nemesi in maniera un po' frettolosa, "Fauda" è una serie che azzanna lo spettatore al collo e non lascia la presa, dura tanto nei suoi momenti on field che in quelli di riposo. Come anticipavamo, è anche una ghiotta occasione per approfondire, pur con tutti i limiti di un prodotto di fiction, alcune tematiche di cronaca secondo un punto di vista molto più vicino ai fatti di quello cui siamo abituati.
Dato quanto visto finora, il finale mozzafiato della quarta stagione, del quale per ovvie ragioni non anticipiamo nulla, sembra la chiosa perfetta per una serie secca e perentoria come "Fauda", assolutamente in linea con quanto comunicato dal primo all'ultimo fotogramma. Purtroppo le logiche di mercato, specie se applicate ad una serie di un paese delle dimensioni di Israele che è stata capace di affacciarsi nella Top 10 globale di Netflix, sono più ciniche di una pur fredda sceneggiatura e così già si parla, se non di una quinta stagione, di un film che ponga fine alle avventure di Doron e del suo plotone.


Stagione 1: 7
Stagione 2: 7,5
Stagione 3: 7,5
Stagione 4: 8

Fauda
Informazioni

titolo:
Fauda

titolo originale:
Fauda

canale originale:
Yes Oh

canale italiano:
Netflix

creatore:
Lior Raz, Avi Issacharoff

produttori esecutivi:
Liat Benasuly Amit, Lior Raz

cast:

Lior Raz, Hisham Sulliman, Shadi Ma'ari, Laëtitia Eïdo, Tsahi Halevi, Yuval Segal, Neta Gerti, Hanan Hillo, Tomer Kapon, Boaz Konforty, Rona-Li Shimon, Doron Ben-David

anni:
2015 - Attiva