Whiplash

Whiplash


Damien Chazelle

Drammatico, Musicale | Usa
(2014)

Damien Chazelle, autore e regista di “Whiplash” (classe 1985), prima di dedicarsi al cinema ha studiato musica e si vede. Il film, ambientato nell’immaginario Shaffer Conservatory di New York, è in parte ispirato alle sue esperienze come batterista jazz nella Princeton High School Studio Band, e risente della formazione musicale del regista anche nella sua composizione: con i suoi continui cambi di ritmo, “Whiplash” procede e si sviluppa come il brano che gli dà il titolo. “Whiplash” (letteralmente, “frustata”) è una composizione di Hank Levy definita da Chezelle una dannazione per un batterista: “Ancora oggi lo ricordo come un incubo, ma, nonostante questo, mette in mostra il talento di un batterista e la sua follia nella costante ricerca del ritmo”.

Il film ha una genesi curiosa: lo script era già pronto nel 2012, quando Chazelle presentò al Sundance un cortometraggio promozionale, che fu ben accolto, allo scopo di trovare produttori per realizzare il progetto che vide la luce due anni più tardi: di nuovo presentato al Sundance, ha ottenuto il gran premio della giuria e il premio del pubblico. La fortuna del film è poi continuata, con vari premi e candidature fra cui spiccano cinque nomination agli Oscar 2015, tra cui quella a miglior film.

La vicenda è incentrata su un percorso individuale di strenuo perfezionamento del talento, da parte del self made man di turno: Andrew, batterista d’immensa ambizione che al suo strumento dà letteralmente il sangue (vedi immagine sotto), che a un dato momento comprende di dover sacrificare quasi tutto in nome della propria realizzazione personale. A dargli lo sprone, ci pensa il terribile direttore d’orchestra Terence Fletcher, che usa metodi brutali, umilianti e provocatori, a tratti insostenibili, e cova la segreta speranza di allevare un nuovo talento assoluto del jazz. Andrew forse è il suo prescelto, ma il percorso è costellato di continue incertezze, per lui e per lo spettatore, cui per buona parte del film non è dato sapere quanto sia ben riposta la crescente, sempre più sconcertante determinazione di Andrew (non troppo lontana, nel suo parossismo, da quella del protagonista del recente “Lo sciacallo – Nightcrawler“). Fletcher, dal canto suo, ricorda il sergente Hartman di “Full Metal Jacket”: non impone disciplina ma tensione, lavorando lucidamente su fragilità e insicurezze per temprare chi non ne viene spezzato (la sua sconcertante durezza sembra celare una personale frustrazione, probabilmente dovuta alla mancata accettazione dei limiti del proprio talento come musicista). Il personaggio di Fletcher è del tutto sopra le righe: forse caricarlo meno avrebbe giovato, senza nulla togliere comunque alla superlativa interpretazione di J.K. Simmons, che gli è valsa il Golden Globe 2015 come migliore attore non protagonista e la relativa nomination all’Oscar. Degna di nota anche la prestazione di Miles Teller nel ruolo del protagonista: stupisce in particolare la sua padronanza con la batteria, nelle inquadrature a figura intera che escludono l’impiego di controfigure.

Andrew è più che semplicemente ambizioso. Spinto da un latente conflitto edipico con l’ingombrante figura paterna (significativamente neutra), arriva a disprezzare i coetanei che si accontentano della propria normalità e dei propri limiti; con razionalità disumana comunica alla propria ragazza (che intimamente disprezza) di dover rinunciare a lei per potersi dedicare totalmente al proprio sogno. La sua smania di arrivare è ennesima versione di un American dream calato nell’arena della competizione assoluta, che è forse segno dei tempi vederci riproposta ultimamente in maniera così esacerbata. Il più palese e circostanziato rimando cinematografico recente è “Il cigno nero“; per altri versi, è indizio significativo l’abnorme successo della saga di “Hunger Games”. Chazelle, in modo stupefacente, riesce a non renderci mai antipatico il suo protagonista, che obiettivamente è un sociopatico dall’equilibrio psichico piuttosto labile.

Ciò per cui “Whiplash” è memorabile è il ritmo: come si accennava, film e brano coincidono, in una mimesi cinematico-musicale che è ciò per cui la pellicola verrà senz’altro ricordata. Straordinaria davvero la capacità dimostrata da Chazelle di rendere attraverso il linguaggio del cinema il ritmo di questo jazz, che a sua volta incarna perfettamente lo spirito della vicenda e la tempra dei due personaggi principali. L’abilità di Chazelle viene prima del montaggio in senso stretto, eseguito mirabilmente da Tom Cross. Il film è un perfetto meccanismo a orologeria (gli orologi, tra l’altro, sono costantemente al centro dell’attenzione): sia nel climax del racconto, che procede con scansione veloce e chirurgiche ellissi, sia soprattutto nella sintassi frammentata del ritmo interno con cui le singole sequenze sono pensate e realizzate. La (s)composizione delle singole sequenze nella loro molteplicità di inquadrature possiede qualcosa di intrinsecamente musicale, e al contempo è strepitosa la maturità del senso della messa in scena rivelata dal giovane regista, sino alla calcolata apoteosi della sequenza finale, un’autentica scena da antologia per la quale spellarsi le mani dagli applausi.

Se fossimo a giudicare un’opera musicale ci troveremmo insomma a celebrare un capolavoro. Ma “Whiplash” è un film e occorre guardare oltre le sue peculiarità estetiche e perfezioni formali. Verso la fine, Andrew chiede a Fletcher se esercitare una pressione tanto eccessiva su un “presunto nuovo Charlie Parker” non rischierebbe di inibirlo, devastarne la sensibilità e farlo mollare, anziché farlo perseverare nella ricerca della perfezione tecnica. “No”, risponde sicuro Fletcher: se il ragazzo mollasse, allora semplicemente non sarebbe il nuovo Charlie Parker. Andrew assente. E’ il passaggio-chiave del film. La posizione assunta è didascalica, chiarissima: il massimo talento non si esprime senza determinazione e abnegazione totali. E’ una posizione più ambigua di quanto appare, persino equivoca, qualora si provasse a vedere nel racconto un apologo. E’ come se Chazelle puntasse i riflettori su di un ideale in nome del quale il finale – concepito come catarsi – dirà poi che ha avuto ragione Andrew a essersi sentito superiore a tutti, ad aver rinunciato (non senza rigurgiti d’infelicità) a una vita privata. Sembra quasi che Chazelle si sia lasciato prendere la mano, forse non comprendendo la reale portata di quello che arrivava a sostenere. La sensibilità artistica non ha bisogno di disciplina come il virtuosismo: ma se, tra due talenti, ve ne fosse uno che meritasse in qualche modo di venire idealizzato, sarebbe quello dell’artista, non quello del virtuoso. Invece, “Whiplash” premia proprio il narcisismo autocompiaciuto del virtuoso. E a trionfare acriticamente, nel pirotecnico finale di “Whiplash”, è la vanità del successo: un’ossessione e quanto in essa c’è di effimero. Un catartico tripudio a uso e consumo del bisogno sempre vivo dello spettatore di identificarsi con un modello vincente.

11/02/2015

Cast e credits

Distribuzione
Warner Bros.
Durata
105'
Produzione
Blumhouse Productions, Bold Films, Exile Entertainment, Right of Way Films
Sceneggiatura
Damien Chazelle
Fotografia
Sharone Meir
Montaggio
Tom Cross
Musiche
Justin Hurwitz

Trama

Andrew sogna di diventare uno dei migliori batteristi jazz della sua generazione. Ma la concorrenza è feroce al conservatorio di New York, dove si allena duramente sotto la guida del direttore d'orchestra Terence Fletcher, che per ottenere il massimo dai suoi allievi non esita ad adottare metodi feroci e spietati cui non sono estranei elementi di crudeltà. Andrew, in breve, capisce di trovarsi di fronte a un bivio, e di dover compiere una scelta impegnativa: per poter emergere davvero, provare a diventare il numero uno, dovrà essere pronto a sacrificare tutto.
Noi, un po’ meglio
Noi, un po’ meglio

Nel raccontare la genitorialità dei nostri tempi alle prese con nuove filosofie di famiglia e con le possibilità fornite dalla ricerca medica Luchetti non perde mai il contatto con il cuore dei personaggi, facendo di questi il barometro di una grande storia d’amore con gli eccellenti Elio Germano, Maria Chiara Giannetta e Anna Bonaiuto

Wildwood – I segreti del bosco proibito
Wildwood – I segreti del bosco proibito

Il ritorno di Laika dopo sette anni non poteva essere più ambizioso: "Wildwood" di Travis Knight è una maestosa cavalcata attraverso l'immaginario coming of age fantasy contemporaneo, titanica dimostrazione delle capacità della stop motion e dichiarazione d'amore all'animazione tutta

Fatherland
Fatherland

Pawlikowski continua la sua ricerca formale improntata al rigore, con un distacco che stavolta ha anche rilevanza tematica ma sempre al limite con il vuoto esercizio stilistico. Un breve racconto di fantasmi che contiene il conflitto il più possibile, solo per sgonfiarsi ma riuscendo in ultima istanza a darsi un senso nel finale, rinunciando al suo gioco cervellotico

Zustissia
Zustissia

Il convincente esordio di Francesco Piras allarga gli orizzonti del cinema sardo ponendo al centro un tema di rilevanza nazionale. Lo stile sobrio e asciutto, la messa in scena immune dai clichè e l'efficace direzione degli attori denotano la matura consapevolezza del mezzo cinematografico

The Social – Il prezzo della verità
The Social – Il prezzo della verità

L'Aaron Sorkin regista non si dimostra allo stesso livello dello sceneggiatore, per un'opera che funziona e intrattiene ma che non riesce a incidere fino in fondo, come il tema trattato invece richiederebbe

L’isola dei ricordi
L’isola dei ricordi

"L'isola dei ricordi" è un'opera di transizione come la fase che il cinema di animazione sta vivendo. Semplificando la trama pur senza lesinare sulla profondità, il film di Crawford e Mercado cerca una nuova identità visiva sperimentando con gli stili

L’albero di molto lontano
L’albero di molto lontano

Ben Gregor firma un fantasy per ragazzi che non ha alcuna impronta autoriale ma riempie tutte le caselle giuste per essere avvincente. Sana e innocua avventura per famiglie, è l'adattamento per lo schermo di uno dei titoli più celebri della popolarissima Enid Blyton

Balcanica
Balcanica

Un'opera di sottrazione rigorosa, che sublima il dramma migratorio in una sospensione esistenziale dove la musica si fa baluardo identitario. Pur penalizzato da alcune fragilità nella scrittura, il film testimonia una coerente e partecipe consapevolezza formale