Miami Vice
di Michael Mann
azione, drammatico, Usa (2006)
"Miami Vice", ultima prova di Michael Mann, è lontano anni luce dall'omonimo serial che, tra il 1984 e il 1989, ottenne share strepitosi e diede discreta fama a Don Johnson e Philip Michael Thomas. Chi scrive, in quel periodo lì non aveva neanche 10 anni. Ma è cresciuto con le repliche della serie, mandate a repeat ogni sera negli anni 90. Eco di un fenomeno mediatico senza precedenti, forse.
Quel telefilm (all'epoca si chiamava ancora così) aveva qualcosa che la maggior parte delle serializzazioni televisive precedenti non si erano mai permesse: il glamour e la musica. Non a caso, Miami Vice è spesso definita MTV Cops (poliziotti á la MTV). Il ruolo giocato dalla musica (i pezzi che accompagnavano ogni singola puntata erano vere e proprie hits del momento) e dallo "stile" dei due personaggi era preponderante, e questo Michael Mann (che all'epoca era il produttore della serie) lo sapeva benissimo. E non se l'è dimenticato. In questo senso la scelta del regista americano di cambiare totalmente registro filmico, nella trasposizione cinematografica (sono passati più di 20 anni, ormai, dall'uscita dell'episodio pilota) di una tal serie di culto, è doppiamente ammirevole. Egli ne fu padre, oggi la disconosce, come creatura, magari solo per un attimo, per affrontare a distanza di molto tempo, di nuovo, la città che ha fatto la fortuna di Crockett e Tubbs, e per farlo con un piglio più maturo, più sinceramente "realistico".
"Miami Vice 2006" racconta allora tutta un'altra storia. Sonny e Rico sono due poliziotti, sì, come ai vecchi tempi, ma non hanno gli armadi strabordanti di completi eleganti - come Richard Gere quand'era gigolò - e se girano a bordo d'una Ferrari è perché quella macchina non è loro, ma gli viene fornita per permettergli di "giocare" il ruolo di infiltrati in una grossa organizzazione criminale. Inizia con ritmo alacre, "Miami Vice", e spinge forte sull'acceleratore per qualche minuto: una discoteca piena zeppa di gente, uno scambio di "mercanzia" tra papponi, poi qualcosa che va storto, i buttafuori che cercano di sedare una rissa. Quindi il telefono di Sonny suona e allora tutto ha inizio: a seguito di un'altra operazione sotto copertura finita male, i due detective hanno l'opportunità di infiltrarsi, attraverso i federali, in un'organizzazione che gestisce il traffico di armi e droga. Sonny e Rico si presentano allora come corrieri free-lance. Dopo una serie di spedizioni andate a buon fine, destano l'interesse di Arcangel de Jesus Montoya (Luis Tosar), capo dell'organizzazione, che li spinge a continuare il sodalizio. I due, con una squadra di specialisti al seguito - di cui fa parte la fidanzata di Rico, Trudy (Naomie Harris) - si infiltrano maggiormente nell'organizzazione, ma Sonny complica le cose intraprendendo una relazione clandestina con Isabella (Gong Li), la moglie di Montoya. Josè Yero (John Ortiz), braccio destro di Montoya, sospettando dei due, li fa controllare, mettendo a repentaglio l'operazione e la vita dei membri della squadra.
Ci si aspetterebbe, visti i presupposti, un crescendo d'azione, una pellicola senza un attimo di respiro. Invece non è così. Con un piede piuttosto ben pigiato sul freno, il film vira verso un più lento sviluppo dell'intreccio e per un bel pezzo di pellicola, azione vera e propria non ce n'è. Per essere una pellicola action, magari può non sembrare ideale. Ma forse non è affatto un male...
Agendo sulla dispersione territoriale (solo una parte della pellicola è ambientata a Miami, il resto in svariate località del Sudamerica), sull'efficacia delle riprese notturne (ancora una volta con l'utilizzo dell'ottica digitale), sulla significazione di gesti e sguardi - piuttosto che spingere l'azione fino alla frenesia - Mann decide di spogliare i due personaggi della serie degli orpelli televisivi (veramente, l'unico punto di contatto tra il telefilm e questa pellicola sono i nomi dei due protagonisti) e di porsi su una dimensione più immediata, spiccia, integrale e da "cronaca" della vita sotto copertura. Avvalendosi come di consueto di esperti esterni - in questo caso ex poliziotti provenienti da vere attività sottocopertura - Michael Mann racconta quello che succede a due "normali" agenti di polizia ritrovatisi, senza averne piena coscienza al momento della decisione di infiltrarsi, all'interno di un organizzatissimo e globale traffico criminale.
La fotografia sporca e le musiche di John Murphy accompagnano i gesti di Colin Farrell - eterno ribelle che a molti piace e ad altrettanti fa schifo - e Jamie Foxx (molto composto, nella recitazione) fino all'epilogo action - una delle sequenze, poche, veramente adrenaliniche -, dal quale, è palese, non si esce senza cicatrici.
Dunque complessivamente Mann decide di lasciare da parte la spettacolarizzazione e, come già aveva accennato con il precedente, splendido, "Collateral", approfondisce molto di più le "faccende" interpersonali, senza mai mascherare la sua consueta necessità di investigare le ragioni della "violenza" dell'essere contemporaneo. Sonny Crockett e Ricardo Tubbs appaiono allora come esseri vulnerabili, legati ai loro sentimenti e ai loro istinti (numerose le sequenze in cui a condividere lo schermo sono solo Sonny e Isabella, in atmosfere più o meno intime), capaci di decisioni difficili, pur soppesate, con la coscienza assoluta che nessuna scelta è esente da conseguenze.
A farla da padrone, in questo film, sono gli sguardi rubati di Gong Li (gioiello del quale finalmente s'è accorta pure l'America, splendida in ogni inquadratura), il mare e il cielo (due elementi che si ripetono a più riprese, quasi a contornare la vicenda), l'illuminazione fioca della notte cittadina, le ossessioni dei personaggi e i sottofondi musicali appena accennati al piano. Un film dove più delle parole, parlano le immagini. E quel finale sulla spiaggia, silente, quasi liturgico, è così estremamente emozionante ed interiore che, ad avviso di chi scrive, tanto basta. Definitivamente un film maturo, composto, non banale. Non un capolavoro, certo. Non è immune da lungaggini o mancanze, ha i suoi lati deboli, è naturale. E forse anche per questo risulta più "vero". È anche un film che è possibile apprezzare senza aver mai guardato un episodio della serie degli anni 80, perché tanto non c'entra niente. E rimane in ogni caso un film bello, di respiro consapevole. Che magari da tanti, forse troppi, non è stato capito.

cast: Jamie Foxx, Gong Li, Naomie Harris, John Ortiz, CiarĂ¡n Hinds, Colin Farrell
regia: Michael Mann
distribuzione: Universal Picture
durata: 134'
produzione: Universal Picture, Forward Pass
sceneggiatura: Michael Mann
fotografia: Dion Beebe
scenografie: Victor Kempster
montaggio: William Goldenberg e Paul Rubell
costumi: Michael Kaplan, Janti Yates
musiche: John Murphy
