Galantuomini

Galantuomini


Edoardo Winspeare

Drammatico | Italia
(2008)
L’ultimo cameo di Pino Zimba è davvero l’ultimo. Ne “il miracolo” veniva salvato in extremis; nella vita reale, è scomparso lo scorso febbraio. Con la morte del musicista, sembra chiudersi definitivamente anche una fase della carriera del regista di cui è stato l’attore simbolo. La purezza di “Pizzicata” non tornerà più, ed è giusto rimpiangerla. Le musiche non sono più centrali, anzi talvolta, come nel finale, se ne farebbe volentieri a meno. Tuttavia, “Galantuomini” non è certo un’involuzione, bensì il punto d’arrivo di un percorso coerente. Qualcuno avrà da ridire sulla verosimiglianza di certi snodi narrativi, altri storceranno il naso di fronte ai flashback – invero rari – sull’infanzia dei personaggi, ma il cinema dell’Edoardo Winspeare “adulto” ha indubbiamente raggiunto la piena maturità.

Si è normalizzato, non ci piove; ormai il racconto la fa da padrone. Ma i progressi sono evidenti. Se la direzione degli attori era uno dei punti deboli del cineasta, ormai la lacuna è colmata e in tempi brevi. Certo, grande merito va ai solisti: Donatella Finocchiaro, splendida e bravissima, inappuntabilmente premiata a Roma, ha le carte in regola per diventare la regina del cinema italiano; Fabrizio Gifuni è abilissimo nel rimarcare le differenze sociali tra il suo personaggio, borghese e milanese di adozione, e gli altri (a proposito, entrambi nascono in teatro, collaborando coi più celebrati registi del palcoscenico, da Ronconi, a Missiroli, a Castri: non sarà il caso di attingere maggiormente da questo bacino?); Beppe Fiorello si dimostra talentuoso, Giorgio Colangeli una garanzia. Ma è tutto il cast a sorprendere e convincere.

Dopo il passato remoto (“Pizzicata”) e il presente (“Sangue vivo”, “Il miracolo”), è la volta del passato prossimo. Siamo negli anni novanta e la Sacra Corona Unita imperversa; è l’occasione, per Winspeare, di allargare la cornice del contesto sociale. I piccoli delinquenti non agiscono più autonomamente, ma arrivano ad affiliarsi a una grossa organizzazione criminale che trova terreno fertile nella dissoluzione dell’ex Jugoslavia e che, per la prima volta, cerca di accaparrare il controllo dell’intera Puglia, compresa la fu zona franca del Salento. È per questo, non per il barocco leccese fugacemente fotografato dal fido Paolo Carnera nell’ultima sequenza che, anche in “Galantuomini”, i luoghi hanno la massima importanza, malgrado le apparenze. Come più volte dichiarato dal regista, con l’avvento della malavita il Salento perde la propria innocenza. E con esso i salentini; sia chi è incline a un’esistenza sregolata, sia chi vorrebbe condurre una vita irreprensibile, ma è costretto a corrompersi.

Opera decisamente personale, entra nel vivo con estrema calma, lasciando allo spettatore il modo e il tempo di scoprire personaggi e situazioni. I critici insistono sulla credibilità della trama ma, in un’epoca in cui scarseggiano le vie di mezzo tra gli script volutamente fumosi e, soprattutto, quelli che fanno della linearità e della chiarezza i propri dogmi, una sceneggiatura che sollecita la curiosità e l’intelligenza dello spettatore è oro colato. È forse questo il maggior pregio di “Galantuomini”, pellicola che non si allinea alle regole di alcun genere (né melò, né noir, né gangster movie), che, checché se ne dica, schiva ogni ingenuità nella definizione dei caratteri (altro difetto tipico dei precedenti film del regista), che trova insomma un equilibrio raro, fino a un finale aperto: una realtà complessa non può essere banalmente risolta dai sentimenti, non può riservare una facile scappatoia. Ma può essere rappresentata dal cinema di qualità.

 

22/11/2008

Cast e credits

Distribuzione
01 Distribution
Durata
100'
Produzione
Acaba Produzioni, Rai Cinema
Sceneggiatura
Edoardo Winspeare, Andrea Piva, Alessandro Valenti
Fotografia
Paolo Carnera
Scenografie
Sabrina Balestra
Montaggio
Luca Benedetti
Musiche
Gabriele Rampino
Costumi
Silvia Nebiolo

Trama

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