Colpa delle stelle

Colpa delle stelle


Josh Boone

Drammatico | Usa
(2014)

“Alcuni infiniti sono più grandi di altri infiniti”

La sala si riempie di adolescenti, tutte femmine, a gruppi di cinque sei si danno il cambio con altre che uscendo sventolano fazzoletti di carta. A parte il custode sono l’unico maschio e le nuove entrate mi guardano come fossi un animale raro. Alzo lo sguardo verso i titoli della proiezione precedente che ancora scorrono, accompagnati da una melodia che parla chiaro: non può esser  finita bene, eppure in un certo senso sì.  Osservo le ragazze due tre file più avanti allenarsi a estrarre i fazzoletti dalle borse e in modo analitico deduttivo ipotizzo che ci sarà da commuoversi perché nel migliore dei casi trionferanno tutti e due: l’amore e la morte, in una frizione fra opposti che genera vita ma soprattutto consapevolezza di vivere. E poi lui è un fico pauroso, dice una di quelle.

La voce narrante della protagonista Hazel Grace (Shailene Woodley) dichiara fin da subito che la storia purtroppo non avrà un lieto fine. Hazel lotta contro il cancro e per far contenti i suoi genitori, partecipa al gruppo di sostegno della scuola episcopale, dove incontra “Gus” Augustus Waters (Ansel Elgort).

Elgort in verità non è Johny Depp, però Gus è molto “giusto”. Giusto in modo esasperante. Dalle sue labbra pende fissa una sigaretta spenta (“tiene la morte in bocca ma non le da’ possibilità di ucciderlo”) e dalla sua sagace retorica il cuore di Hazel è penetrato come burro. E poi è tirato a lucido, Gus, un principe moderno, alto, onesto, brillante. Ma non solo Gus, tutto – ad eccezione dell’acqua irrimediabilmente sporca dei canali di Amsterdam – è pulito e ordinato in modo maniacale: Hazel Grace, i suoi genitori, i prati, i pavimenti, le battute, le porte, i vestiti, le auto, gli interni, gli esterni, il cielo. La scenografia si imbeve di una luce vespertina che accentua la profondità dei colori e rilassa lo sguardo, lo ben dispone alle regole del discorso. Le centinaia di citazioni contenute nei dialoghi, se inizialmente stuccano, col tempo finiscono per definirsi in un linguaggio. Lo stesso pensiero può esser espresso in tanti (infiniti?) modi e la scelta insistita del regista è far parlare i personaggi per epigrafi, in un modo innaturale e al tempo stesso rispondente a una certa lirica adolescenziale.

L’unica figura che si oppone – ma solo temporaneamente – al flusso di belle parole e buoni sentimenti è Peter Van Houten (Willhem Defoe) uno scrittore (americano) fuggito dall’America per star lontano appunto dagli americani. Hazel è appassionata al suo romanzo “Afflizione imperiale” e Gus esaudisce il suo desiderio e la porta fino ad Amsterdam a incontrare il suo scrittore preferito.

“Climax” viene dal greco antico e significa “scala”.  Dunque l’incontro con lo scrittore coincide in un certo senso con l’inizio del climax. Le  aspettative di Hazel e Gus vengono sbriciolate e i due precipitano nella più brutale disillusione. Atterrati sul fondo, ancora frastornati, si affidano alla dispiaciuta assistente dello scrittore che si offre di mostrar loro la città. E’ coraggiosa e sorprendente la scelta di girare la scena seguente nella casa museo di Anna Frank. Il contesto avulso dal resto della storia produce un effetto destabilizzante, in un primo momento sembra quasi blasfemo, mentre invece è semplicemente un luogo esistente, reale, che si presta alla trasformazione in atto di Hazel. I due protagonisti risalgono (letteralmente) verso una nuova consapevolezza, in particolare Hazel, pur trascinandosi la pesante bombola di ossigeno, tenacemente affronta le scale sempre più ripide fino a raggiungere la soffitta. Un gruppo di turisti sta seguendo le videoguide mentre la voce narrante spiega come Hazel abbia deciso finalmente di lasciarsi andare.

Hazel accetta di vivere completamente l’amore, di accettarne la normalità, di renderlo reale. Il sesso in questo caso è ben più che piacere fisico, è l’amore nella sua forma più mortale: il disagio di Gus nel mostrare la sua protesi e quello di Hazel nel doversi tenere l’inalatore, sono atti insieme teneri, fragili e coraggiosi. “Il dolore esige di essere vissuto” così come l’amore. Da questo momento Hazel decide di vivere pienamente la sua storia con Gus per il tempo che le sarà ancora concesso. E Gus decide di affrontare la paura dell’oblio affidando la sua eternità ad Hazel.  Questa “seconda parte” del film spinge ancora di più a un confronto dell’opera di Boone con “L’amore che resta” di Van Sant: la simulazione del funerale di Gus, gli scambi di elogi funebri, l’approssimarsi inesorabile della morte, il ritorno di Van Houten che in qualche modo ricorda il kamikaze immaginario.

A differenza di Van Sant, Josh Boone sembra non essere mosso da alcuna velleità autoriale. Il film è diretto a un pubblico giovane, giovanissimo, e per questo sceglie un linguaggio – anche visivo – che tende se non a escludere, quanto meno a frenare l’empatia dei meno giovani. Anche i personaggi adulti del film restano ai margini, o addirittura fuori dai margini (vedi figura impalpabile del padre di Hazel) e fatto salvo Defoe non lasciano tracce. L’intera scena è affidata a Woodley ed Elgort (già insieme sul set di “Divergent“) con risultati direi commoventi, a giudicare da quanto avvenuto nelle file più avanti. A onor di cronaca, l’unica volta che Elgort è rimasto nudo (solo il torace) la stessa ragazza di prima io credo, pur in lacrime, si è lasciata sfuggire un doppio fischio di lode, dal quale mi trovo nuovamente a dissentire.

03/09/2014

Cast e credits

Titolo Originale
The Fault In Our Stars
Distribuzione
20th Century Fox
Durata
126'
Produzione
Temple Hill Entertainment
Sceneggiatura
Scott Neustadter, Michael H. Weber
Fotografia
Ben Richardson
Scenografie
Molly Hughes
Montaggio
Robb Sullivan
Musiche
Mike Mogis, Nate Walcott
Costumi
Mary Claire Hannan

Trama

Hazel Grace (Shailene Woodley) ha diciassette anni ed è sopravvissuta a un cancro ai polmoni grazie a una cura sperimentale. Ma il cancro non è sconfitto ed Hazel deve continuare a combatterlo ogni giorno. Durante una seduta del gruppo di sostegno alla scuola episcopale incontra Augustus “Gus” (Ansel Elgort) un giovane a cui è stata amputata la gamba. Si innamora di lui come quando ci si addormenta: prima piano piano e poi profondamente. E insieme a lui affronta la paura di morire e anche quella di vivere.  

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