La 25a ora

La 25a ora


Spike Lee

Drammatico | Usa
(2002)

Spike Lee. Inossidabile condottiero di ghetti malfamati, vate contemporaneo di innumerevoli parabole profetizzate da Malcolm X e Martin Luther King. Più semplicemente, testimonianza cinematografica e portavoce dell’intero mondo afroamericano.

Ma non è lo Spike Lee che conosciamo tutti quello che si affaccia alla soglia del 2002. Dimenticatevi la violenza razziale del quartiere di Bedford-Stuyvesant a Brooklyn in “Do the Right Thing” (1989) o le schiacciate cestistiche di Denzel Washington in “He Got Game” (1998).

Dimenticate tutto perché questa è New York. Un anno dopo.

“La 25a ora” rientra fra le tante “storie realmente accadute” dello spaccato quotidiano americano. Spike ritorna a quella “febbre della giungla” sintomatizzata da sesso e droga, che in tutti questi anni ha visto espandere la sua pandemia dai poveri sobborghi di Harlem fino a fagocitare l’intera Grande Mela.

Ecco. “La 25a ora” racconta lo sviluppo di questo malessere smanioso, catturato dagli occhi di un cineasta che ha visto (la sua) New York crollare giù come un castello di sabbia.

La pellicola, infatti, oltre a decantare un’intensa storia d’amore, di amicizia, di tradimenti e di sbagli fatali, è soprattutto un tenero e pietoso inno d’amore nei confronti di una città che è da sempre stata uno dei simboli cardine degli Stati Uniti (Spike Lee è il primo ad inquadrare Ground Zero dopo gli attentati terroristici).

Il film assume così l’aspetto del Giano Bifronte: da una parte la vita privata di Monty, dall’altra la cultura americana pregna di conflitto razziale (tema tanto caro al regista). Due diramazioni che si ricollegano con forza bruta nella bellissima sequenza del monologo del protagonista, impegnato a giustiziare a colpi di vaffanculo le multi etnie presenti nella sua città, ma sordidamente destinato a concludersi con un mea culpa lancinante. E lancinante è anche il messaggio disfattista che ne fuoriesce, “una meditazione sulle prospettive di sopravvivenza di un’America che la tragedia non sembra aver reso più matura” (Mereghetti).

Eccezionale per coraggio e dedizione la scelta del regista nativo di Atlanta di incanalare il soggetto originale (il romanzo di David Benioff) con il dopo 11 settembre e superba, neanche a dirlo, l’interpretazione di Edward Norton, antieroe così innocente e così colpevole allo stesso tempo.

E che il regista sia in forma lo dimostrano anche le originali tecniche impiegate (le virtuose manovre della mdp all’interno della discoteca) assieme alla dolente fotografia di Rodrigo Prieto e alla commovente e pluripremiata melodia trainata da Terence Blanchard.

Sicuramente il film più bello e poetico di Spike Lee, un cinema di denuncia e autoriflessione a trecentosessanta gradi, che doverosamente culmina nella splendida perla finale, illusione crudele e strappalacrime di una vita che avrebbe potuto essere e che invece non sarà.

C’è mancato poco che non succedesse mai.

20/11/2009

Cast e credits

Titolo Originale
25th Hour
Distribuzione
Buena Vista International Italia
Durata
136'
Produzione
40 Acres & A Mule Filmworks, Gamut Films, Industry Entertainment, Touchstone Pictures
Sceneggiatura
David Benioff
Fotografia
Rodrigo Prieto
Scenografie
James Chinlund
Montaggio
Barry Alexander Brown
Musiche
Terence Blanchard
Costumi
Sandra Hernandez

Trama

Le lancette dell'orologio corrono sulle ultime ore di libertà di Monty Brogan che, tra sole 24 ore, verrà rinchiuso in una prigione dove dovrà rimanervi per sette lunghi anni. Monty sta per dire addio a Manhattan, ai suoi sogni metropolitani e forse alle persone a lui più care
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